La nostra chiesa compie 30 anni

La nostra chiesa compie 30 anni

DOMENICA 7 MAGGIO 2017

FESTA DI S. DOMENICO SAVIO

S. Domenico Savio

Alla parrocchia San Domenico Savio, un càlorosô salutô dalla foresta africana. In occasionne dei trenta anni d’Ella Chîesa un grazie la S’ignore per il bene compiuto e a tutti i parocchiani che hanno contribuito concretamente per la nostra bella chiesa. Ho un bel ricordo degli Otto anni vissuti con voi. Vî assicuro la mia preghiera e che San Domenico Savio ci protegga. Grazie e buona festa.

Don Giorgio Gallina

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Vieni e Vedi

Che bello! La parrocchia ha risposto gioiosamente alla serata “VIENI E VEDI” di ieri, 21 aprile. Venti hanno testimoniato ciò che hanno visto, ricevuto e restituito. Altri lo avrebbero fatto se alle 23,00 non si fosse pensato di chiudere la serata, data l’ora. Ciascuno ha parlato di sé e di come è avvenuto l’incontro che lo ha portato a buttarsi nel servizio, testimoniando o favorendo una esperienza ed un cambiamento. Si è vista la chiesa fatta negli anni dalle pietre vive messe insieme dal Signore. Si è vista la storia della parrocchia, dal racconto di coloro che iniziarono e dal senso di casa, accogliente e misericordiosa, che ancora oggi è per le nuove generazioni. Si è vista una continuità con gli inizi, una continuità fatta di persone non egoiste, ma capaci di passare il testimone ad altri, convinti che solo così la storia non finisca. Si è visto il Signore, presenza viva in ciascun parrocchiano impegnato: in cucina, nell’aiuto alle missioni; nell’accoglienza degli anziani così come quella dei più giovani con il catechismo, l’oratorio e il Grest; nello sport; nella carità; nella liturgia e nel canto. Mille sfumature insomma che ci mostrano la parrocchia quale espressione vera dell’amorevolezza di Dio.

Evento in teatro: “Siamo venuti e abbiamo visto”

SIAMO VENUTI E ABBIAMO VISTO

E TU, VIENI E VEDI

Il Signore nei volti di una comunità in cammino

VENERDì 21 APRILE, ORE 20,45

TEATRO PARROCCHIALE

Testimonianze, preghiera e canto

Per quanto vissuto e ricevuto

Serata in occasione del 30° anniversario della consacrazione della Chiesa

Veglia vicariale dei martiri

Giovedì 23 marzo, nella nostra parrocchia si è tenuta la veglia vicariale dei martiri. La nostra chiesa è stata scelta dal vescovo come punto di riferimento per questo evento fra le parrocchie della zona Ovest di Verona. Nella veglia abbiamo ricordato alcuni martiri di cui riproponiamo la loro testimonianza. Fra i canti eseguiti durante la funzione, una i particolare ha destato condiviso compiacimento: Ojos de cielo, un canto in lingua spagnola dedicato alla Madonna.

Pensiamo possa farvi piacere, mentre leggete le testimonianze dei martiri e guardate qualche foto della funzione, ascoltare questo bellissimo canto e leggerne la traduzione in italiano.

Dal Vangelo secondo Luca       (Lc 6,22-23)

Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.

Parola del Signore

TESTIMONIANZA n. 1

Un anziano sacerdote, Don Jacques Amel, 84 anni, è stato ucciso la mattina del 27 luglio 2016, mentre stava  celebrando la Messa nella  Chiesa di Saint Etienne Du Rouvray, in Normandia (Francia). Due uomini sono entrati durante la celebrazione, hanno ucciso il sacerdote e ferito tre fedeli, di cui uno in modo grave. Tra gli ostaggi anche due suore, mentre una terza è riuscita a fuggire e a dare l’allarme. I due assassini sono stati uccisi dalla polizia.

Padre Jacques era un uomo buono, di pace, ma “è stato assassinato come un criminale”, ha detto Papa Francesco il 14 settembre 2016, indicando un preciso motivo di riflessione: “in mezzo al momento difficile che viveva, in mezzo anche a questa tragedia, che lui vedeva venire, un uomo mite, un uomo buono, un uomo che faceva fratellanza, non ha perso la lucidità di accusare e dire chiaramente il nome dell’assassino, e ha detto chiaramente: “ vattene, Satana!”

Ha dato la vita per noi, ha dato la vita per non rinnegare Gesù. Ha dato la vita nello stesso sacrificio di Gesù sull’altare…

TESTIMONIANZA n. 2

Una banda di uomini armati all’assalto di una casa di riposo per vecchi e disabili condotta dalle Missionarie della Carità, le suore di Madre Teresa. Ad Aden, nello Yemen, quattro di loro sono morte, assieme ad altre dodici persone, mentre un sacerdote salesiano risulta scomparso, forse rapito.

Il lupo e l’agnello: non deve essere stato certo difficile attaccare, armi in pugno, un rifugio di indifesi. La furia omicida si è scatenata proprio sulle quattro sorelle riconoscibili dal velo bianco e blu: loro l’obiettivo dell’odio, in quanto cristiane. Erano due ruandesi, una kenyota e una indiana.

Figlie dei Sud del mondo che, anziché fuggirne, avevano scelto di radicarsi nel luogo della massima povertà, casa per chi non ha alcuna casa. Sapevano quanto odio stava come sbucando dal sottosuolo, fra le strade dello Yemen. Non hanno pensato ad andarsene. Non sarebbero state capaci di abbandonare quei loro vecchi, quei fratelli malati, di chiudere l’ospizio lasciandoli dentro una guerra, e senza nessuno. Hanno continuato, probabilmente tra i bombardamenti e cento pericoli, a cercare di condurre la loro casa, dando da mangiare agli ospiti, curandoli, confortandoli. In una mite e tenace resistenza al male; in silenzio, con gesti quotidiani – imboccare, lavare, pregare – mentre fuori deflagrava la ferocia.

Madre Teresa diceva: «Il più grande dono che Dio ti può fare è darti la forza di accettare qualsiasi cosa Egli ti mandi, e la volontà di restituirgli qualsiasi cosa Egli ti chieda».

Docilmente hanno restituito a Dio la loro vita e forse, attorno, in quella città, qualcuno si fermerà un momento a considerare la strana scelta di quegli stranieri venuti lì a morire per curare creature che ‘non valgono’ niente. Perché? In cambio di cosa? In cambio di niente. Nella assoluta gratuità di Cristo.

(Marina Corradi, Avvenire, 5 marzo 2016)

TESTIMONIANZA n. 3

Un fatto eccezionale si è verificato il 2 dicembre 2016, Papa Francesco ha riconosciuto come martire, Padre Stanley Rother, appartenente all’arcidiocesi di Oklahoma City. Per questo sarà il primo martire nato negli Stati Uniti.
Giunse missionario in Guatemala nel 1968, come Parroco di Santiago Atitlan, Solola. Guidò’ dalla sua città natale in Guatemala a bordo della sua Chevrolet, imparò lo spagnolo e lo Tzutuhil, lingua locale. In quella terra cambiò’ nome in Padre Aplas, entrando in contatto con gli indigeni locali. La sua passione per Cristo lo portò a tradurre il Nuovo Testamento in Tzutuhil così da celebrare Messa in quella lingua perché potesse essere compresa da tutto il popolo. Fu ucciso in un conflitto armato nella canonica della sua parrocchia il 28 luglio 1981. Gli indiani per l’attaccamento a questo sacerdote, compagno per anni della loro vita, ottennero che il cuore del loro padre Stanley, rimanesse sepolto in quella terra. Nello stesso anno, furono uccisi in quella terre altri nove sacerdoti.

TESTIMONIANZA n. 4

A undici anni Edimar, che viveva in un sobborgo di Brasilia, diviene un menino de rua. All’inizio passa alcuni giorni senza rientrare a casa, poi ritorna per sparire di nuovo, fino al giorno in cui non torna più. Il padre alcolizzato, manifestava i suoi brutti istinti con moglie e figli. Il ragazzo comincia a vivere da solo, rubando per sopravvivere; inizia anche a trafficare droga e a farne uso. Gli scontri quotidiani con la polizia, cattiva fama a scuola, erano la vita di Edimar quando conobbe la sua insegnante di geografia, Gloria, nel 1992. L’insegnante propone agli studenti di frequentare la scuola anche di sabato per toglierli dalla strada e il giovane capisce che questa donna ha veramente a cuore la loro vita, e accetta la proposta. Continua parallelamente la sua vita come capo di una banda. Fino a quando viene invitato a fare un viaggio nello stato di Rio; la vacanza lo allontana e vive un’esperienza di felicità ed amicizia che non aveva mai provato prima. Seduto vicino a Rose, un’altra insegnante, sente una poesia che non conosceva, che iniziava così:

Dopo aver guardato a lungo il cielo in cerca di te, i miei occhi, da scuri che erano, sono diventati azzurri.

Il ragazzo chiede all’insegnante Semea: “Un giorno i miei occhi diventeranno azzurri?”

“Perché me lo chiedi? Se tu continuerai a stare in nostra compagnia, certamente”.

“Un giorno, voglio diventare prete” e così rimane in silenzio, vicino alla sua insegnante, a guardare il cielo notturno e la strada.

Il tema preferito dai ragazzi nei lori incontri, è il perdono. Chiedono quindi a Semea perché è così interessata alla loro vita, alle loro brutture e lei risponde con una semplice frase:

“Un giorno sono stata amata da qualcuno che non mi ha chiesto niente, al quale non importava come io ero, mi ha abbracciata così com’ero. Ora io devo fare lo stesso con il mio prossimo.”

La banda non accetta che Edimar voglia cambiare vita, e quindi gli chiede, come ultimo atto, di uccidere Regis il capobanda. Ma la risposta del ragazzo è pronta: “Non ammazzerò più nessuno”.  Il giovane viene colpito e muore il 31 luglio 1994.

Molti ragazzi della sua vecchia banda, dopo l’evento cruento cambiarono vita. I genitori di Edimar ripresero a vivere insieme.  Un umile ragazzo di strada, con la sua vita ricostruita con il Signore, è stato capace di miracoli per la conversione di molti altri giovani.

Vieni e vedi: I santi veronesi dell’800

Vieni e Vedi

I santi veronesi dell’800

 

O tempora o mores! Che tempi che modo di vivere!  La frase di Cicerone sembra scritta per il tempo attuale dove ci sembra che il peggio si manifesti. Eppure non è così. Senza andare all’epoca delle persecuzioni per il proprio credo dei primi secoli che si sintetizza nei cristiani sbranati dai leoni, basta fermarsi per una sera, come fatto da Don Andrea Trevisan, ad approfondire la realtà di Verona fra gli ultimi anni del ‘700 e gli inizi dell’800 per scoprire forse l’epoca più difficile per la città ed i suoi abitanti e la Chiesa che li raccoglie.  Quasi un ventennio di guerre, occupazione militare francese, iniziata il primo giugno 1796 con l’ingresso delle truppe napoleoniche. E poi, occupazione austriaca ed ancora francese, arresti e fucilazioni, emergenza sanitaria e migliaia di prigionieri e feriti in una città che non poteva avere strutture adeguate per accoglienza e cura.  Insieme alle guerre giunge un cambiamento radicale nella politica con uno scontro aperto fra religiosi e giacobini, combattuto non solo e non tanto a mezzo stampa, ma con la spogliazione delle proprietà ecclesiastiche, sequestro delle chiese per utilizzi civili, messa sotto accusa dello stesso vescovo Avogadro, salvatosi dalla esecuzione per un solo voto.

Eppure proprio in questo ventennio la Chiesa veronese conosce una esperienza straordinaria di santità, anche se non sempre coronata, almeno fino ad oggi, con l’aureola ufficiale per tutti i protagonisti della fede.  Che sia vero che la risposta della fede si manifesta proprio nel bisogno?

Il racconto di Don Andrea parte dall’inquadramento storico e politico: Napoleone che attraversa la pianura padana, e prima ancora con la descrizione delle condizioni sociali e sanitarie di Verona. C’è un giovane prete, Pietro Leonardi, figlio di un farmacista, che contrariato dal padre che lo vorrebbe cartaio, tipografo, dopo un provvidenziale incontro nella Messa in Arena con il Papa, decide di seguire la vocazione religiosa. Molto sensibile alla assistenza ai malati frequenta l’ospedale cittadino, nell’area dove oggi insiste il municipio in piazza Bra. Chiamarlo ospedale però ci confonde le idee: non ci sono reparti specialistici e ammalati classificati per patologia, ma ambienti che accolgono chiunque sia solo e sofferente.

Nello squallore di uno Spitale, dove decine di persone di età diversa, di condizioni diversa, non solo malati ma anche semplicemente soli e nel disagio, assiste spiritualmente e materialmente diremmo oggi come volontario, gratuitamente. L’infermità allora come sempre è prova della vita e della fede. E per la salvezza delle anime delle persone abbandonate alla sofferenza riunisce altri presbiteri e chierici nella ‘Sacra Fratellanza dei preti spedalieri’. Questi si alternano giorno e notte nell’ospedale e nelle strutture di ricovero più piccole dove vengono portati gli ammalati. Fra di loro don Carlo Steeb, tedesco di Tubinga, protestante convertitosi al cattolicesimo e provvidenzialmente di lingua madre tedesca: diventerà fondamentale per assistere i prigionieri ed i feriti asburgici delle battaglie che si susseguono nel veronese e nel mantovano di quei tempi.

Da Don Leonardi e da Don Steeb nascono due congregazioni religiose, ancora attive in città e nel mondo, e con loro altri fondatori ed altri, tanti santi, beati, venerabili, servi di Dio come loro e come Maddalena di Canossa, volontaria, dama nelle corsie femminili;  Gaspare Bertoni; Provolo che come quarto iniziatore porta in Italia la possibilità di comunicare per i sordomuti; Teodora Campostrini ed ancora, Daniele Comboni che intuisce come l’Africa può salvarsi solo con gli africani; Nicola Mazza;  Giuseppe Baldo; Zefirino Agostini;  Giuseppe  Nascimbeni;  Elena da Persico e Giovanni Calabria. Santi sociali della Verona provata da guerre e sofferenze, fondatori che come ha concluso Don Andrea sono stati testimoni di una umanità cambiata e per questo credibili, attraenti allora come oggi. E rimandandoci all’approfondimento di altre biografie questo è stato il messaggio nella sintesi finale della serata: una umanità cambiata interessa a tutti ed interroga tutti noi per la possibilità di divenirlo. Uomini che vanno oltre il proprio confine in nome di una felicità più grande e di una fratellanza vissuta che i cristiani chiamano santità. Arrivederci al prossimo incontro. Vieni e vedi quanto è accaduto e quanto ci riguarda.

Fabio Cortesi
(Vice presidente Consiglio Pastorale Parrocchiale)

IL NUOVO AFFRESCO DELLA CHIESA

Per i primi trent’anni dalla sua consacrazione la chiesa parrocchiale, casa della comunità cristiana di San Domenico Savio in Verona, faceva incrociare lo sguardo dei fedeli su un muro di cemento, dove peraltro piogge insistenti vi facevano penetrare l’acqua fino al crocefisso.  Unico arredo: le vetrate colorate in alto e le bocche di aerazione per il riscaldamento che fanno bella posa ai lati. Nel bilancio della parrocchia, ancora gravato dagli impegni pluriennali derivanti anche dalla ristrutturazione della canonica e del centro giovanile, non poteva certo trovare posto il finanziamento di un’opera d’arte che valorizzasse la simbologia trinitaria dell’altare ed il sogno di don Bosco!

Ora invece gli affreschi di Noemi Poffe hanno modificato il presbiterio, portandoci ad alzare gli occhi per leggere la fede di San Domenico Savio che, in relazione con Maria, indica con il suo sguardo Gesù. Le mani misericordiose di Dio Padre si aprono sulla luce dello Spirito Santo e la luce si riflette sul mosaico che rimanda ai colori delle vetrate e dell’affresco e che arriva fino a raggiungere la croce. Lo sguardo ora si sofferma sui particolari alla ricerca delle simbologie, non più su un muro di cemento.

Ma il segno più grande è che il nuovo decoro della casa del Signore si è realizzato senza che la comunità parrocchiale fosse chiamata a contribuire con una colletta e, quindi, senza che nessuno possa dire che questi soldi non dovevano essere sottratti alla riduzione del debito e all’aiuto ai poveri (in ogni caso, il debito è in costante riduzione così come i contributi alle famiglie per mezzo del Centro di ascolto).

Il donatore intende rimanere anonimo e tale vogliamo lasciarlo, ma è possibile tracciarne un identikit.

Certamente si tratta di una persona che ama la bellezza e che trovava stridente che si annunciasse la gioia e la felicità possibile del messaggio evangelico con lo sguardo sul cemento o sulle perdite di acqua dal soffitto perfino durante le celebrazioni (per questo gli affreschi sono stati preceduti da un intervento risolutivo di impermeabilizzazione delle coperture).

Sicuramente si tratta di una persona che non vuole che si distragga l’attenzione ai poveri, ma nello stesso tempo è cosciente di come il decoro di una casa possa far sentire la famiglia maggiormente a proprio agio. Non Dio, ma gli uomini hanno bisogno di giungere con i sensi alla relazione; con le parole ascoltate, con gli occhi che guardano, con le mani che vorrebbero poter toccare o carezzare.

Si tratta di persona non ricca che non solo ha finanziato il progetto da sola attingendo ai risparmi di una vita senza sprechi, ma ha voluto interessarsi alla realizzazione dell’opera con totale apertura; condividendone i contenuti e accettando le modifiche e le correzioni che sono emerse sebbene, come sponsor, avrebbe potuto imporsi ed avere voce esclusiva. Una persona insomma che si è chinata nell’orgoglio per dare coerenza agli affreschi con il disegno comunicativo che la struttura architettonica porta in sé.

Alcuni nella comunità parrocchiale si chiedono come poter partecipare al finanziamento, considerando la rilevanza della spesa, ma l’occulto donatore vuole che le persone non siano sollecitate a farlo, magari per una ulteriore occasione oltre quelle che periodicamente impegnano i fedeli.

La comunità parrocchiale potrebbe comunque organizzarsi autonomamente sia per alleggerire l’impegno profuso, sia per farlo diventare impresa corale non solo nella fruizione, ma anche fattivamente.

Potrebbe accadere che alcuni o molti si uniscano per questo. Potrebbe anche accadere che la generosità non sollecitata della comunità per questo fine continui a fluire nelle esigenze di manutenzione delle opere parrocchiali, nella carità ai poveri, nel sostegno ai missionari…. Se così fosse, comunque un giorno il nome del donatore potrebbe essere conosciuto, e magari fra un secolo si potrà dire che c’erano nel 2017 persone innamorate di Cristo e della sua Chiesa, quella con la C maiuscola e quella con la c minuscola, quella fatta di mattoni ma prima ancora di uomini e donne, giovani ed anziani, bambini e bambine che si uniscono nel canto di lode e di ringraziamento al Signore.

A questo donatore, certo di interpretare la sensibilità di tutti i parrocchiani, vanno un grazie e preghiere a Dio Trinità, Padre Figlio e Spirito Santo, relazione perfetta; affinché bellezza e bene vivano nella comunità e crescano giorno dopo giorno in essa.

Nessuno di noi potrà indicare il donatore, ma siamo certi che lui sorriderà e forse si commuoverà nel vedere un ragazzo che stupito segue colori e le immagini dell’affresco e, gustando la bellezza di un segno, sogna una bellezza più grande ed una realtà più viva fra di noi.

Verona, 2017

Fabio Cortesi
(Vice presidente Consiglio Pastorale Parrocchiale)

“Se il Signore non costruisce la casa,
invano vi faticano i costruttori.” (Sal 126, 1)