Veglia vicariale dei martiri

Veglia vicariale dei martiri

Giovedì 23 marzo, nella nostra parrocchia si è tenuta la veglia vicariale dei martiri. La nostra chiesa è stata scelta dal vescovo come punto di riferimento per questo evento fra le parrocchie della zona Ovest di Verona. Nella veglia abbiamo ricordato alcuni martiri di cui riproponiamo la loro testimonianza. Fra i canti eseguiti durante la funzione, una i particolare ha destato condiviso compiacimento: Ojos de cielo, un canto in lingua spagnola dedicato alla Madonna.

Pensiamo possa farvi piacere, mentre leggete le testimonianze dei martiri e guardate qualche foto della funzione, ascoltare questo bellissimo canto e leggerne la traduzione in italiano.

Dal Vangelo secondo Luca       (Lc 6,22-23)

Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.

Parola del Signore

TESTIMONIANZA n. 1

Un anziano sacerdote, Don Jacques Amel, 84 anni, è stato ucciso la mattina del 27 luglio 2016, mentre stava  celebrando la Messa nella  Chiesa di Saint Etienne Du Rouvray, in Normandia (Francia). Due uomini sono entrati durante la celebrazione, hanno ucciso il sacerdote e ferito tre fedeli, di cui uno in modo grave. Tra gli ostaggi anche due suore, mentre una terza è riuscita a fuggire e a dare l’allarme. I due assassini sono stati uccisi dalla polizia.

Padre Jacques era un uomo buono, di pace, ma “è stato assassinato come un criminale”, ha detto Papa Francesco il 14 settembre 2016, indicando un preciso motivo di riflessione: “in mezzo al momento difficile che viveva, in mezzo anche a questa tragedia, che lui vedeva venire, un uomo mite, un uomo buono, un uomo che faceva fratellanza, non ha perso la lucidità di accusare e dire chiaramente il nome dell’assassino, e ha detto chiaramente: “ vattene, Satana!”

Ha dato la vita per noi, ha dato la vita per non rinnegare Gesù. Ha dato la vita nello stesso sacrificio di Gesù sull’altare…

TESTIMONIANZA n. 2

Una banda di uomini armati all’assalto di una casa di riposo per vecchi e disabili condotta dalle Missionarie della Carità, le suore di Madre Teresa. Ad Aden, nello Yemen, quattro di loro sono morte, assieme ad altre dodici persone, mentre un sacerdote salesiano risulta scomparso, forse rapito.

Il lupo e l’agnello: non deve essere stato certo difficile attaccare, armi in pugno, un rifugio di indifesi. La furia omicida si è scatenata proprio sulle quattro sorelle riconoscibili dal velo bianco e blu: loro l’obiettivo dell’odio, in quanto cristiane. Erano due ruandesi, una kenyota e una indiana.

Figlie dei Sud del mondo che, anziché fuggirne, avevano scelto di radicarsi nel luogo della massima povertà, casa per chi non ha alcuna casa. Sapevano quanto odio stava come sbucando dal sottosuolo, fra le strade dello Yemen. Non hanno pensato ad andarsene. Non sarebbero state capaci di abbandonare quei loro vecchi, quei fratelli malati, di chiudere l’ospizio lasciandoli dentro una guerra, e senza nessuno. Hanno continuato, probabilmente tra i bombardamenti e cento pericoli, a cercare di condurre la loro casa, dando da mangiare agli ospiti, curandoli, confortandoli. In una mite e tenace resistenza al male; in silenzio, con gesti quotidiani – imboccare, lavare, pregare – mentre fuori deflagrava la ferocia.

Madre Teresa diceva: «Il più grande dono che Dio ti può fare è darti la forza di accettare qualsiasi cosa Egli ti mandi, e la volontà di restituirgli qualsiasi cosa Egli ti chieda».

Docilmente hanno restituito a Dio la loro vita e forse, attorno, in quella città, qualcuno si fermerà un momento a considerare la strana scelta di quegli stranieri venuti lì a morire per curare creature che ‘non valgono’ niente. Perché? In cambio di cosa? In cambio di niente. Nella assoluta gratuità di Cristo.

(Marina Corradi, Avvenire, 5 marzo 2016)

TESTIMONIANZA n. 3

Un fatto eccezionale si è verificato il 2 dicembre 2016, Papa Francesco ha riconosciuto come martire, Padre Stanley Rother, appartenente all’arcidiocesi di Oklahoma City. Per questo sarà il primo martire nato negli Stati Uniti.
Giunse missionario in Guatemala nel 1968, come Parroco di Santiago Atitlan, Solola. Guidò’ dalla sua città natale in Guatemala a bordo della sua Chevrolet, imparò lo spagnolo e lo Tzutuhil, lingua locale. In quella terra cambiò’ nome in Padre Aplas, entrando in contatto con gli indigeni locali. La sua passione per Cristo lo portò a tradurre il Nuovo Testamento in Tzutuhil così da celebrare Messa in quella lingua perché potesse essere compresa da tutto il popolo. Fu ucciso in un conflitto armato nella canonica della sua parrocchia il 28 luglio 1981. Gli indiani per l’attaccamento a questo sacerdote, compagno per anni della loro vita, ottennero che il cuore del loro padre Stanley, rimanesse sepolto in quella terra. Nello stesso anno, furono uccisi in quella terre altri nove sacerdoti.

TESTIMONIANZA n. 4

A undici anni Edimar, che viveva in un sobborgo di Brasilia, diviene un menino de rua. All’inizio passa alcuni giorni senza rientrare a casa, poi ritorna per sparire di nuovo, fino al giorno in cui non torna più. Il padre alcolizzato, manifestava i suoi brutti istinti con moglie e figli. Il ragazzo comincia a vivere da solo, rubando per sopravvivere; inizia anche a trafficare droga e a farne uso. Gli scontri quotidiani con la polizia, cattiva fama a scuola, erano la vita di Edimar quando conobbe la sua insegnante di geografia, Gloria, nel 1992. L’insegnante propone agli studenti di frequentare la scuola anche di sabato per toglierli dalla strada e il giovane capisce che questa donna ha veramente a cuore la loro vita, e accetta la proposta. Continua parallelamente la sua vita come capo di una banda. Fino a quando viene invitato a fare un viaggio nello stato di Rio; la vacanza lo allontana e vive un’esperienza di felicità ed amicizia che non aveva mai provato prima. Seduto vicino a Rose, un’altra insegnante, sente una poesia che non conosceva, che iniziava così:

Dopo aver guardato a lungo il cielo in cerca di te, i miei occhi, da scuri che erano, sono diventati azzurri.

Il ragazzo chiede all’insegnante Semea: “Un giorno i miei occhi diventeranno azzurri?”

“Perché me lo chiedi? Se tu continuerai a stare in nostra compagnia, certamente”.

“Un giorno, voglio diventare prete” e così rimane in silenzio, vicino alla sua insegnante, a guardare il cielo notturno e la strada.

Il tema preferito dai ragazzi nei lori incontri, è il perdono. Chiedono quindi a Semea perché è così interessata alla loro vita, alle loro brutture e lei risponde con una semplice frase:

“Un giorno sono stata amata da qualcuno che non mi ha chiesto niente, al quale non importava come io ero, mi ha abbracciata così com’ero. Ora io devo fare lo stesso con il mio prossimo.”

La banda non accetta che Edimar voglia cambiare vita, e quindi gli chiede, come ultimo atto, di uccidere Regis il capobanda. Ma la risposta del ragazzo è pronta: “Non ammazzerò più nessuno”.  Il giovane viene colpito e muore il 31 luglio 1994.

Molti ragazzi della sua vecchia banda, dopo l’evento cruento cambiarono vita. I genitori di Edimar ripresero a vivere insieme.  Un umile ragazzo di strada, con la sua vita ricostruita con il Signore, è stato capace di miracoli per la conversione di molti altri giovani.

Vieni e vedi: I santi veronesi dell’800

Vieni e Vedi

I santi veronesi dell’800

 

O tempora o mores! Che tempi che modo di vivere!  La frase di Cicerone sembra scritta per il tempo attuale dove ci sembra che il peggio si manifesti. Eppure non è così. Senza andare all’epoca delle persecuzioni per il proprio credo dei primi secoli che si sintetizza nei cristiani sbranati dai leoni, basta fermarsi per una sera, come fatto da Don Andrea Trevisan, ad approfondire la realtà di Verona fra gli ultimi anni del ‘700 e gli inizi dell’800 per scoprire forse l’epoca più difficile per la città ed i suoi abitanti e la Chiesa che li raccoglie.  Quasi un ventennio di guerre, occupazione militare francese, iniziata il primo giugno 1796 con l’ingresso delle truppe napoleoniche. E poi, occupazione austriaca ed ancora francese, arresti e fucilazioni, emergenza sanitaria e migliaia di prigionieri e feriti in una città che non poteva avere strutture adeguate per accoglienza e cura.  Insieme alle guerre giunge un cambiamento radicale nella politica con uno scontro aperto fra religiosi e giacobini, combattuto non solo e non tanto a mezzo stampa, ma con la spogliazione delle proprietà ecclesiastiche, sequestro delle chiese per utilizzi civili, messa sotto accusa dello stesso vescovo Avogadro, salvatosi dalla esecuzione per un solo voto.

Eppure proprio in questo ventennio la Chiesa veronese conosce una esperienza straordinaria di santità, anche se non sempre coronata, almeno fino ad oggi, con l’aureola ufficiale per tutti i protagonisti della fede.  Che sia vero che la risposta della fede si manifesta proprio nel bisogno?

Il racconto di Don Andrea parte dall’inquadramento storico e politico: Napoleone che attraversa la pianura padana, e prima ancora con la descrizione delle condizioni sociali e sanitarie di Verona. C’è un giovane prete, Pietro Leonardi, figlio di un farmacista, che contrariato dal padre che lo vorrebbe cartaio, tipografo, dopo un provvidenziale incontro nella Messa in Arena con il Papa, decide di seguire la vocazione religiosa. Molto sensibile alla assistenza ai malati frequenta l’ospedale cittadino, nell’area dove oggi insiste il municipio in piazza Bra. Chiamarlo ospedale però ci confonde le idee: non ci sono reparti specialistici e ammalati classificati per patologia, ma ambienti che accolgono chiunque sia solo e sofferente.

Nello squallore di uno Spitale, dove decine di persone di età diversa, di condizioni diversa, non solo malati ma anche semplicemente soli e nel disagio, assiste spiritualmente e materialmente diremmo oggi come volontario, gratuitamente. L’infermità allora come sempre è prova della vita e della fede. E per la salvezza delle anime delle persone abbandonate alla sofferenza riunisce altri presbiteri e chierici nella ‘Sacra Fratellanza dei preti spedalieri’. Questi si alternano giorno e notte nell’ospedale e nelle strutture di ricovero più piccole dove vengono portati gli ammalati. Fra di loro don Carlo Steeb, tedesco di Tubinga, protestante convertitosi al cattolicesimo e provvidenzialmente di lingua madre tedesca: diventerà fondamentale per assistere i prigionieri ed i feriti asburgici delle battaglie che si susseguono nel veronese e nel mantovano di quei tempi.

Da Don Leonardi e da Don Steeb nascono due congregazioni religiose, ancora attive in città e nel mondo, e con loro altri fondatori ed altri, tanti santi, beati, venerabili, servi di Dio come loro e come Maddalena di Canossa, volontaria, dama nelle corsie femminili;  Gaspare Bertoni; Provolo che come quarto iniziatore porta in Italia la possibilità di comunicare per i sordomuti; Teodora Campostrini ed ancora, Daniele Comboni che intuisce come l’Africa può salvarsi solo con gli africani; Nicola Mazza;  Giuseppe Baldo; Zefirino Agostini;  Giuseppe  Nascimbeni;  Elena da Persico e Giovanni Calabria. Santi sociali della Verona provata da guerre e sofferenze, fondatori che come ha concluso Don Andrea sono stati testimoni di una umanità cambiata e per questo credibili, attraenti allora come oggi. E rimandandoci all’approfondimento di altre biografie questo è stato il messaggio nella sintesi finale della serata: una umanità cambiata interessa a tutti ed interroga tutti noi per la possibilità di divenirlo. Uomini che vanno oltre il proprio confine in nome di una felicità più grande e di una fratellanza vissuta che i cristiani chiamano santità. Arrivederci al prossimo incontro. Vieni e vedi quanto è accaduto e quanto ci riguarda.

Fabio Cortesi
(Vice presidente Consiglio Pastorale Parrocchiale)

IL NUOVO AFFRESCO DELLA CHIESA

Per i primi trent’anni dalla sua consacrazione la chiesa parrocchiale, casa della comunità cristiana di San Domenico Savio in Verona, faceva incrociare lo sguardo dei fedeli su un muro di cemento, dove peraltro piogge insistenti vi facevano penetrare l’acqua fino al crocefisso.  Unico arredo: le vetrate colorate in alto e le bocche di aerazione per il riscaldamento che fanno bella posa ai lati. Nel bilancio della parrocchia, ancora gravato dagli impegni pluriennali derivanti anche dalla ristrutturazione della canonica e del centro giovanile, non poteva certo trovare posto il finanziamento di un’opera d’arte che valorizzasse la simbologia trinitaria dell’altare ed il sogno di don Bosco!

Ora invece gli affreschi di Noemi Poffe hanno modificato il presbiterio, portandoci ad alzare gli occhi per leggere la fede di San Domenico Savio che, in relazione con Maria, indica con il suo sguardo Gesù. Le mani misericordiose di Dio Padre si aprono sulla luce dello Spirito Santo e la luce si riflette sul mosaico che rimanda ai colori delle vetrate e dell’affresco e che arriva fino a raggiungere la croce. Lo sguardo ora si sofferma sui particolari alla ricerca delle simbologie, non più su un muro di cemento.

Ma il segno più grande è che il nuovo decoro della casa del Signore si è realizzato senza che la comunità parrocchiale fosse chiamata a contribuire con una colletta e, quindi, senza che nessuno possa dire che questi soldi non dovevano essere sottratti alla riduzione del debito e all’aiuto ai poveri (in ogni caso, il debito è in costante riduzione così come i contributi alle famiglie per mezzo del Centro di ascolto).

Il donatore intende rimanere anonimo e tale vogliamo lasciarlo, ma è possibile tracciarne un identikit.

Certamente si tratta di una persona che ama la bellezza e che trovava stridente che si annunciasse la gioia e la felicità possibile del messaggio evangelico con lo sguardo sul cemento o sulle perdite di acqua dal soffitto perfino durante le celebrazioni (per questo gli affreschi sono stati preceduti da un intervento risolutivo di impermeabilizzazione delle coperture).

Sicuramente si tratta di una persona che non vuole che si distragga l’attenzione ai poveri, ma nello stesso tempo è cosciente di come il decoro di una casa possa far sentire la famiglia maggiormente a proprio agio. Non Dio, ma gli uomini hanno bisogno di giungere con i sensi alla relazione; con le parole ascoltate, con gli occhi che guardano, con le mani che vorrebbero poter toccare o carezzare.

Si tratta di persona non ricca che non solo ha finanziato il progetto da sola attingendo ai risparmi di una vita senza sprechi, ma ha voluto interessarsi alla realizzazione dell’opera con totale apertura; condividendone i contenuti e accettando le modifiche e le correzioni che sono emerse sebbene, come sponsor, avrebbe potuto imporsi ed avere voce esclusiva. Una persona insomma che si è chinata nell’orgoglio per dare coerenza agli affreschi con il disegno comunicativo che la struttura architettonica porta in sé.

Alcuni nella comunità parrocchiale si chiedono come poter partecipare al finanziamento, considerando la rilevanza della spesa, ma l’occulto donatore vuole che le persone non siano sollecitate a farlo, magari per una ulteriore occasione oltre quelle che periodicamente impegnano i fedeli.

La comunità parrocchiale potrebbe comunque organizzarsi autonomamente sia per alleggerire l’impegno profuso, sia per farlo diventare impresa corale non solo nella fruizione, ma anche fattivamente.

Potrebbe accadere che alcuni o molti si uniscano per questo. Potrebbe anche accadere che la generosità non sollecitata della comunità per questo fine continui a fluire nelle esigenze di manutenzione delle opere parrocchiali, nella carità ai poveri, nel sostegno ai missionari…. Se così fosse, comunque un giorno il nome del donatore potrebbe essere conosciuto, e magari fra un secolo si potrà dire che c’erano nel 2017 persone innamorate di Cristo e della sua Chiesa, quella con la C maiuscola e quella con la c minuscola, quella fatta di mattoni ma prima ancora di uomini e donne, giovani ed anziani, bambini e bambine che si uniscono nel canto di lode e di ringraziamento al Signore.

A questo donatore, certo di interpretare la sensibilità di tutti i parrocchiani, vanno un grazie e preghiere a Dio Trinità, Padre Figlio e Spirito Santo, relazione perfetta; affinché bellezza e bene vivano nella comunità e crescano giorno dopo giorno in essa.

Nessuno di noi potrà indicare il donatore, ma siamo certi che lui sorriderà e forse si commuoverà nel vedere un ragazzo che stupito segue colori e le immagini dell’affresco e, gustando la bellezza di un segno, sogna una bellezza più grande ed una realtà più viva fra di noi.

Verona, 2017

Fabio Cortesi
(Vice presidente Consiglio Pastorale Parrocchiale)

“Se il Signore non costruisce la casa,
invano vi faticano i costruttori.” (Sal 126, 1)

 

VIENI E VEDI – Evento in teatro 10 feb 2017

Come nasce e si costruisce la Chiesa…

in un carcere minorile

Le bottiglie di spumante, a scelta secco o dolce, poste sul tavolo alla fine della cena di benvenuto di Don Nicolò Niccolini sono rimaste piene. Tanta era l’attenzione per la semplice storia di un giovane prete di 29 anni, originario di Gabicce Mare, cui l’attrattiva per le bollicine era venuta meno, così anche per i galani (dolce veronese del periodo di carnevale).

Eppure aveva detto poche cose, nella decina di minuti che precedevano l’incontro su come si costruisce la Chiesa, non in un quartiere di Verona, come fu per la parrocchia di San Domenico Savio oltre trenta anni fa, ma in un carcere minorile di Roma.

Le persone avevano sentito poche cose, ma vere.  In fila: la sua vocazione nata in una normale famiglia che non era abituata ad andare in chiesa, il catechismo mal sopportato dal giovane Nicolò, la gioia negli occhi azzurri e felici di un altro giovane prete di paese che lo colpisce nel cuore e diventano il seme di una vocazione, un coro nato da due ragazzi appena cresimati  che, invece di allontanarsi dalla Chiesa come fanno tanti a quell’età, si ritrovano la domenica a cantare a casa di una catechista che li prepara all’incontro e parla di un tale don Giussani e legge alcune pagine difficili, ma intense. E poi, il colloquio con il vescovo di Pesaro dove dichiara la sua volontà di farsi prete; il seminario a Roma, nella Fraternità missionaria di San Carlo. Vice rettore e diacono a soli 25 anni e l’incarico poi da prete di recarsi nel carcere minorile romano di Casal del Marmo, all’inizio da solo e poi accompagnato dai suoi seminaristi.

Quindi, la testimonianza del come fare comunità in un carcere minorile, con ragazzi che vanno dai 14 ai 25 anni di età. Storie e nazionalità diverse, rumeni, albanesi o delle tante regioni dell’Est Europa; nord africani, rom, italiani, accomunati solo dai reati commessi e dalla mancanza di solide famiglie. Testimoniare non significa gridare sui tetti le verità rivelate, ma farle rivivere in quelli che le accolgono, magari per un attimo, donando tempo e ricevendo parole, sussurrate o urlate, talvolta scritte, che cambiano la vita di tutti.  

Fare comunità in un carcere minorile è dare attenzione ad ogni persona, salutando tutti nessuno escluso, offrire tempo, stare nella relazione, avere a cuore persone che talvolta nella vita non hanno mai sentito nessuno dire loro “ti voglio bene”. Ragazzi a cui è mancata una mamma o un papà, non perché sono mancati i genitori, ma perché sono mancati i “NO!” autorevoli di un padre, lasciando così alla strada l’unica via che sembrava possibile per farcela, anche se si è rivelata il vicolo cieco di una reclusione e di occhi invecchiati dalle troppe cose brutte viste, fatte e vissute.

Nel carcere come nelle famiglie o in parrocchia si tratta di educare, un compito che non spetta a singoli o a supereroi ma a tutti, perché da soli non possiamo fare nulla.

Prete, tu hai un vizio, far felici gli altri” ha detto un ragazzo, Daniel, a Nicolò dopo che per mezzo suo aveva scoperto in una giornata di permesso la bellezza di Roma. Ed educare significa anche questo, come Gesù, saper distinguere l’errore dalla persona, nella verità, portando a riconoscere il male fatto e la responsabilità individuale, ma anche offrendo un orizzonte di felicità, di possibilità, una amicizia che inizia esponendosi alla emozione e alla sconfitta, ma che apre l’altro alla relazione. Dare fiducia, la ricetta per educare, anche se ti hanno spiegato che il 90% delle cose che ti diranno i ragazzi saranno bugie, anche se qualcuno uscendo non ti ha più riconosciuto, anche se riconosci che la libertà dell’altro ti impone di non pensare di cambiarlo, ma di incontrarlo.

Se sei con persone che ti vogliono bene qualunque luogo diventa casa tua” ha detto Cristian, un altro ragazzo fra i tanti entrati in carcere per spaccio, violenze, furti e rapine, omicidi, ma ancora ragazzo, ancora uomo, meritevole di fiducia.

Entos Hymon,  in mezzo a voi, fra di voi, dice il Signore del suo regno nel Vangelo, ed è così quando la sua parola si realizza nella vita di giovani detenuti che chiedono come a Emmaus a Nicolò di fermarsi a cena con loro o, che si aprono alla misericordia del sacramento o, che partecipano alla Messa domenicale, non fosse altro che per ritrovare altri amici o per sentirsi compresi dal Signore della Samaritana, del pubblicano, del lebbroso, del ladrone, di tutti gli uomini qualunque sia la loro storia.

 In mezzo a voi, come con noi in questo incontro e come nella vita della parrocchia quando insieme siamo comunità e luogo educativo, “compagnia tesa a divenire casa abitabile per ogni uomo”.

Fabio Cortesi
(Vice presidente Consiglio Pastorale Parrocchiale)

Compleanno Don Gaetano 29 GENNAIO

VIENI E VEDI: Testimonianze in teatro

Vieni e Vedi 

COME SI VIVE LA FEDE 

Come un coro

Come si vive la fede’ era il titolo dell’incontro organizzato in parrocchia venerdì 20 gennaio nell’itinerario ‘Vieni e Vedi’ di incontri con testimoni, in particolare, nella serata, con tre esperienze di cammino collettivo: Equipe Notre Dame, per coppie di sposi, Scout Agesci, per giovani dagli 8 ai 20 anni, da 40 anni nel nostro territorio, Rinnovamento nello Spirito, corrente di grazia carismatica con il gruppo Maria Regina della Pace che si incontra in parrocchia da quasi 30 anni.

Diciamolo subito: il titolo era sbagliato. Quello giusto sarebbe stato: come canta un coro perfetto. Si, un coro con voci di diverse età, di ragazzi e di anziani, di uomini e di donne, che canta senza prove, senza essersi accordato sulle note di accompagnamento ma che quando lo senti ti chiedi da dove venga l’armonia e pensi che ci sia un trucco tecnico, oppure c’è qualcosa di più che non vedi ma che fa stare insieme le persone e fa vivere le emozioni.

Questo è accaduto.  Una decina di capi scout che con una parola parlano di sé e del perché tengono a servire i ragazzi nel renderli autonomi e protagonisti della propria vita. Gratis. Bellissimo ed incredibile. Mai visto in televisione.

Una coppia, Armando e Betty, che parla di sé e della loro Equipe (cinque, sei coppie che camminano nella vita matrimoniale sedendosi a parlare di sé come compito ed insieme ad un altro, Gesù, che fa parte della loro vita), insieme ad altre 60.000 coppie nel mondo: Perché? La risposta è nella domanda che si fecero venti anni fa dopo il matrimonio. Possibile che siamo arrivati, o è solo il punto di partenza? E come e dove andare? Ed invece di novità compulsive la risposta è stata nell’imparare periodicamente a fermarsi, insieme e poi con altri, magari cenando, magari parlando, magari pregando. Anche questi non fanno notizia: sembra che le coppie siano fatte per separarsi, invece questi stanno insieme da 20 anni ed hanno gli occhi che brillano. Incredibile.

E poi l’esperienza del Rinnovamento nello Spirito, nei canti che lodano sia nel momento della festa che in quello della difficoltà, nella invocazione, nell’abbandono della pretesa di poter fare tutto da soli.  La testimonianza di un sacerdote, Don Lorenzo, che parla della sua trasformazione e della passione per la bellezza della Chiesa e per le persone, Salvatore, entusiasta per le possibilità date a tanti di incontrare il Signore facendosi accogliere il martedì sulla porta della cappella parrocchiale, Antonio che con Pierangela  ha scoperto la felicità nel comprendere che il bene che può fare viene da un altro e che ciò che valida l’amore è la possibilità che diamo a chi ci chiede aiuto e non il giudizio. Incredibile, quando non cerchi trovi e quando comprendi che non dipende tutto da te vedi il mondo nel verso giusto. E la sorpresa più grande è la felicità che arriva quando non la cerchi più ed ha il nome di un angelo.

E tutti hanno detto la stessa cosa, che se si cambia lo sguardo si cambia tutto (n teologia si insegna che lo Spirito non cambia le cose ma le fa nuove…che sia questo?).  E che la gioia, che dura nel tempo, è diversa dal divertimento, che dura qualche ora. E che basta camminare, con compagni di viaggio per non arrivare da nessuna parte, ma riuscendo a vedere i fiori lungo la strada, insieme ai sassi che non mancano mai sui sentieri, e se si sono ci sarà un perché. Intanto camminiamo, insieme.

Ut unum sint, che siano una cosa sola, la parola di Gesù nel Vangelo di Giovanni rivolta a chi crede in lui.

E’ accaduto, una sera, per chi è venuto ed ha visto, Vieni e Vedi il filo conduttore, E’ accaduto e non per la bravura degli organizzatori e non solo per l’intuizione di Don Gaetano.  Persone che cercano si sono ritrovate scoprendo che ognuna aveva trovato in gruppo o da sola un pezzo del mosaico della vita bella e tutti avevano voglia di farlo brillare. Per sé, ma come tutte le cose preziose trovano senso nel farsi apprezzare da chi non le ha ancora incontrate. In fondo basta uscire un venerdì di gennaio o spingere la porta di una cappella di periferia un martedì sera o ancora buttarsi nella avventura di stare con i ragazzi lasciando che siano loro a diventare grandi da soli ma con lo sguardo affettuoso di chi vuole loro bene per cambiare la propria vita, o scrivere sul calendario in cucina che per mezz’ora marito e moglie hanno l’obbligo di sedersi e guardarsi negli occhi o insieme alzando lo sguardo.

Basta farsi incontrare, basta cercare, basta capire come insegna la vita che non si può essere felici da soli.

Fabio Cortesi
(Vice presidente Consiglio Pastorale Parrocchiale)

Ascolta le tre testimonianze qui:

Equipe Notre Dame

 

Scout Agesci

 

Rinnovamento nello Spirito